Musica maestro! Sì, ma in Giappone.

Musica maestro! Sì, ma in Giappone.

Forse bisognerebbe suonare più un’aria da funerale per le condizioni in cui verte la musica in Italia. Lo dico da musicista soprattutto, ma lo dico anche da cittadino con un minimo di buon senso e riconoscimento della buona cultura italiana, cioè di ciò che farebbe crescere il Paese. L’Italia è, o meglio era, la patria del Belcanto, di grandissimi compositori. E’ stata meta anche di compositori esteri, ed era davvero un Paese ricco di cultura. Peccato che adesso la cultura sta morendo!

Leggendo l’articolo che vi riporto sotto ho molta amarezza, ma forse anche un po’ di speranza. L’Italia fa morire la cultura, vogliono l’ignoranza, è questo che vogliono. Io sono un musicista, forse non ho girato il mondo, ma sono pur sempre un musicista e vorrei vivere di musica. Di certo il concertismo per un pianista non ti dà da vivere, la concorrenza è spietata, ma almeno vorrei avere la possibilità di lavorare con ciò per cui ho speso la mia intera vita, e fior di quattrini.

La mia è una provocazione, è anche un grido di disperazione, è denuncia di un Italia che non garantisce meritocrazia concorsuale, ma come dice il nostro amico intervistato “titolocrazia”. Mi piace molto questo termine perchè calza a pennello con quello che ho fatto negli ultimi due anni: raccogliere titoli, decine di titoli, concorsi e concerti, masterclasses e seminari. Tutto ciò per un sistema che, se Dio vuole, mi darà da vivere. A che prezzo? Non lo so neanche io, forse un prezzo alto. Sono profondamente deluso dalla mia Italia, e riportare questo articolo per me significa gridare ad una rinascita, oltre che rivoluzione del sistema scolastico musicale. Lo studio è l’unica arma che possiedo. Buona lettura.


Fonte: “L’Italia non è un paese per musicisti

L’Italia, il Paese dell’arte, dell’opera, della musica, dovrebbe essere il posto ideale per chi percorre la strada artistica. Ma purtroppo non è più così, come ci racconta Ottaviano Cristofoli, ventottenne di Udine, innamorato del suo Friuli e della sua tromba. Oggi, dopo molte esperienze internazionali, è prima tromba alla Japan Philarmonic Orchestra di Tokio. E ci parla di un Paese, il nostro, dal quale l’arte è costretta a fuggire per sopravvivere.

La tua vita è stata un percorso musicale. Com’è nata questa passione?

Grazie a mio padre, appassionato di musica e fermamente convinto che l’istruzione musicale sia necessaria e fondamentale per la crescita di un bambino. Ho iniziato alla scuola di musica della banda, dove ho ricevuto le prime lezioni e ho cominciato a studiare il mio primo strumento, il sassofono, che ho suonato per circa 8 anni. Ho trovato insegnanti molto qualificati che hanno saputo darmi una base solida su cui lavorare tutti questi anni. Tuttora mi capita di pensare che certe cose che ormai faccio istintivamente, come leggere la musica a prima vista, le sappia fare solo per merito loro. L’istruzione musicale per un bambino è fondamentale, e insegnare nella maniera corretta ad un bambino può fare la differenza tra un futuro professionista e un amatore.

Quando hai pensato che poteva diventare anche la tua professione?

Subito. Quando ho capito che per vivere bisognava lavorare mi sono chiesto se sarebbe stato possibile guadagnare suonando.

È stato facile?

Purtroppo, gli esempi da seguire non erano molti. La professione del musicista risultava aliena al modo di vivere dei nostri paesi friulani. “Magari da giovane si può fare – dicevano – ma poi devi trovarti un lavoro”. Mi ricordo un insegnante di italiano che raccomandò a mio padre di farmi smettere di suonare, uno di chimica che mi disse che nella vita non si può suonare la trombetta. Per fortuna ho trovato anche dei buoni esempi. Al conservatorio di Udine un musicista professionista, una grande persona e straordinario trombettista, mi ha indicato la strada da seguire. Poi ho avuto la fortuna di studiare in una scuola di musica, a Fiesole, che è un posto meraviglioso, una specie di oasi dell’istruzione musicale in mezzo al farraginoso sistema dei conservatori.

Quali esperienze lavorative hai avuto in Italia?

Ho collaborato con molte orchestre dei nostri teatri: Roma, Venezia Napoli Genova, Milano. Ho incontrato musicisti di prim’ordine nelle nostre orchestre, che in altri Paesi sarebbero pagati a peso d’oro, trattati in maniera pessima dall’amministrazione di turno. Sono stati tagliati gli stipendi in certi enti, e nello stesso tempo, è stato vietato di collaborare con le altre orchestre, sono state diminuite le ore di lavoro e vietato di avere altre prestazioni al di fuori del teatro. Ho incontrato anche musicisti pessimi, che per qualche motivo, di certo non artistico, sono finiti nelle orchestre. Mi sono trovato in scene tipo “Prova d’orchestra” di Fellini e mi sono detto che, se avessi voluto lavorare al circo, avrei fatto il domatore.

Per questo nel 2006 ti sei unito alla Schleswig-HolsteinMusik Festival Orchestra in Germania?

Quella è stata davvero un’occasione d’oro. In quel periodo di due anni lavoravo per le produzioni nei teatri in Italia, studiavo in Chicago per periodi di circa 3 mesi, ed ero membro di questa orchestra/accademia. Per la prima volta mi sono trovato dentro una orchestra vera, composta da giovani provenienti da tutto il mondo. Io ho partecipato a due stagioni. Era una specie di paese delle meraviglie. Eravamo alloggiati in un castello a nord di Lubecca e ogni giorno centinaia di persone facevano la coda per ascoltarci. Siamo stati in tour in Russia, Armenia, Lituania, Ungheria, Brasile e Germania.

Hai trovato un clima diverso rispetto all’Italia?

È stato abbastanza scioccante vedere la differenza che può fare l’istruzione nel lungo periodo. Abbiamo fatto dei concerti in cantieri navali offerti a tutti i dipendenti, in teatri, in maneggi, in sale concerti come la Konzerthaus di Berlino, per tutti i tipi di persone, dal dottore all’impiegato. In Germania ho visto come la musica classica può essere popolare.

E nel frattempo studiavi negli Stati Uniti.

Chicago per noi degli strumenti ad ottone è La Mecca, e quindi, appena finito gli studi, sono partito in compagnia di un mio caro amico. Poco inglese, all’inizio, e tanta voglia, sempre, ci hanno permesso di ricevere insegnamenti dai migliori professori sul mercato. Ora il mio amico è primo corno dell’orchestra Haydn di Bolzano. È stata una grandissima esperienza. È qui che si è affacciata la possibilità del Giappone.

Com’è andata?

In uno dei periodi di studio passai con successo le audizioni per due accademie, a Chicago e Miami, e per quest’orchestra internazionale a Kobe. Il posto a Chicago e Miami sarebbe stato occupato per un altro anno, e quindi cominciai a ponderare di partire per un periodo in Giappone, con l’idea di tornare in America il più presto possibile. Anche perché poco prima di partire avevo passato con successo un’audizione per collaborare con la Chicago Symphony Orchestra, il massimo per me.

Però non sei tornato negli Stati Uniti.

I miei piani sono cambiati quando, dopo aver collaborato con la Japan Philarmonic Orchestra, i rappresentati dell’orchestra per due volte si presentarono a Kobe con il contratto da firmare. Rimasi spiazzato. Il rappresentante mi disse: “l’orchestra ha votato, il maestro è d’accordo, vorremmo invitarti come prima tromba. Se aspettiamo, c’è il rischio che qualche altra orchestra sia più veloce di noi”.

Hai avuto problemi ad ambientarti?

Il Giappone deve piacere, e bisogna essere disposti ad adattarsi ad una società molto diversa dalla nostra, ma io mi ci trovo bene. Molte cose che ritenevo normali, ma che non ho mai trovato in Italia, le ho trovate qui. Per esempio il modo molto serio di lavorare e il rispetto verso i colleghi. Mi sento uno straniero che gode dei pregi di un’altra nazione. Cerco sempre di ricordare che, comunque vada, questo Paese mi sta ospitando e dando grandissime soddisfazioni ed opportunità. Questo vuol dire anche che molte volte sono io a dovermi adattare a cose a cui non sono abituato. Fare sempre la coda anche per chiedere un’informazione, per esempio, garantisce che tutti facciamo 5 minuti d’attesa e nessuno 30.

Essere italiano ha rappresentato un vantaggio?

Sì, essere italiano mi ha portato molti vantaggi, soprattutto in Giappone. I giapponesi ammirano molto la nostra nazione, adorano la nostra arte, sono devoti conoscitori della nostra opera. Accolgono calorosamente i nostri teatri in tour, e organizzano mostre raggiungendo esorbitanti numeri di visite con nostri capolavori italiani. È la prova che con l’arte, soprattutto la nostra arte, si mangia. Anzi, si mangia e si guadagna. Potremmo farlo anche noi sfruttando la nostra eredità. Il Giappone è ancora molto lontano perché tutti conoscano le condizioni in cui versa la nostra cultura e quindi ci vedono ancora come il popolo dell’arte, della musica, della letteratura.

Infatti si tenderebbe a pensare che l’Italia rappresenti un luogo ideale per chi vuole fare musica. Non è così?

No, purtroppo non è così. So di essere molto critico su questo argomento e non mi piace parlar sempre male del mio Paese, ma bisogna ricordarsi che stiamo parlando dell’Italia, un Paese con possibilità illimitate in campo artistico. Da noi non si dà valore all’arte, non si sa nemmeno quanto vale in termini economici. Il nostro Paese potrebbe vivere di arte. È questo il peccato imperdonabile che le persone che ci hanno governato hanno commesso. Non è giustificabile che nel nostro Paese l’arte, e la musica siano in crisi, quando in Giappone si riempiono i teatri di persone paganti fino a seicento euro a biglietto con le opere di Puccini o Verdi. E qui le opere vengono trasmesse in tv in prima serata, non alle 4 del mattino.

Ma in Italia si può vivere facendo il musicista?

Si può, ma con tanto pelo sullo stomaco. Accettando di essere pagati 50 euro a serata quasi sempre in nero e investendo decine di migliaia di euro in strumenti e studi. Accettando di guadagnare 10 euro all’ora per insegnare a ragazzini con l’iPhone da 800 euro, senza avere i contributi, l’assicurazione e le ferie. Accettando che nelle scuole ti sostituisca un insegnante senza diploma e che non sa suonare, solo perché è un dilettante e accetta paghe misere. Accettando di suonare per un’orchestra sinfonica che poi paga con un anno di ritardo. Ma la cosa peggiore è la consapevolezza che di tutto questo non importa niente a nessuno. Se chiude un teatro, non importa, tanto c’è la tv con la sua gratuita piattezza di contenuti ad istupidirci il cervello.

Quindi restando in Italia, non saresti riuscito ad avere lo stesso successo?

Per il mio modestissimo punto di vista, in Italia la meritocrazia è stata sostituita dalla “titolocrazia”. Le graduatorie di insegnamento vengono fatte in un ufficio valutando semplicemente le carte. Io per esempio se fra 20 anni dopo 25 anni di orchestra, di concerti, di registrazioni televisive e di attività decidessi di mirare ad un posto di insegnante, anche di terzo ordine, non avrei la minima possibilità di vincere. Nelle graduatorie d’orchestra fior fior di strumentisti si vedono passare avanti gente che ha una prelazione perché ha fatto causa al teatro. Purtroppo, va così. Quindi no, non avrei avuto lo stesso successo.

C’è qualcosa che ti manca del nostro Paese?

Il Friuli. La franchezza della sua gente, i pochi ma solidi principi su cui si fonda la cultura friulana. Trovarsi in qualche paese e riconoscere la parlata di un paese delle valli o dei monti. Fare qualche chilometro e dover parlare italiano, perché in quella zona invece del friulano si parla dialetto sloveno. Prendere la bici e fare i chilometri sulle montagne e vedere gli angoli di Friuli che sono rimasti intatti come una volta, con la gente che ti chiede da dove vieni ed è meglio rispondere Tavagnacco, piuttosto che Tokyo, altrimenti sarebbe troppo lungo spiegare. Abbiamo fondato anche un Fogolâr Furlan a Tokyo, per tenere uniti i nuovi emigranti friulani in Giappone. Per non dimenticare da dove veniamo.

Tornerai in Italia?

É difficile da dire, non lo so. Sarebbe bello, io torno molto spesso, e sono molto vicino a casa, grazie alle moderne tecnologie sento i miei amici quasi ogni giorno. È come se fossi là. Ma c’è una differenza fra noi e, per esempio, i giovani giapponesi. Loro studiano all’estero, lavorano all’estero, fanno esperienza all’estero, poi vengono chiamati in patria con offerte di lavoro. Se sono studenti tornano e vendono quello che hanno imparato. Se sono stati professionisti viene loro offerto di insegnare all’università. Quasi tutti i membri di orchestre europee tornano da insegnanti in Giappone dopo la pensione. C’è sempre un momento in cui viene data una possibilità ragionevole di tornare in Giappone. A noi no. Noi non siamo giapponesi. Noi siamo emigranti.

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